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UNA BUONA RAGIONE PER LEGGERE DANTE

UNA BUONA RAGIONE PER LEGGERE DANTE

Certo, si può leggerlo per vedere come appariva il mondo a un uomo del Medioevo italiano, uomo intelligente, colto e curioso. Anche questo ripetevo ai miei studenti americani nel corso sulla “Divine Comedy”. E anche per la bellezza delle immagini, la potenza del linguaggio, l’altezza del pensiero.

Ma la ragione più vera, più importante, forse mi sfuggiva. La ritrovo oggi in un articolo rivelatore, comparso nel gennaio 1986 sul quotidiano francese Le Monde, in occasione dell’uscita di una traduzione francese dell’Inferno. Forse non per caso l’autore dell’articolo è un poeta, uno dei massimi francesi contemporanei (Gran premio nazionale della poesia dell’Académie Française nel 2011, premio Goncourt per la poesia nel 2017; nell’immagine qui sopra la locandina di un convegno in suo onore che si terrà a Parigi il prossimo 14 novembre). Il suo nome è Franck Venaille ed è morto a ottant’anni nell’agosto dell’anno scorso. Veniva spessissimo a Venezia dove ho avuto la fortuna di entrare tra i suoi amici.

Riporto come immagine il testo originale dell’articolo in francese, ma mi è sembrato opportuno inserirne qui anche una traduzione italiana, che segue qui sotto.

Dante vive ancora!

Da dove vengono queste grida? Perché queste lacrime? Quale senso esatto dare a questi appelli profondi? Che sono veramente queste “cagne nere e fameliche?” Sì, perché questa tormenta incessante, quest’angoscia, questi pianti, questa rabbia, questo lutto, questa “pioggia eterna, maledetta, fredda e greve”?

Chi saprà rispondere a questi interrogativi venuti dal profondo dei tempi? Un uomo! Un dio! Forse semplicemente un libro! Un assemblaggio di parole che descrive, giudica, interroga. Un canto che si leva, mescola arditamente la bellezza con l’orrore e poi, mostrandoci quei “greggi d’anime nude” ci insegna a suo modo la verità sulla morte, la tormenta, il caos.

Sì, chi è dunque quest’uomo che ha visto e descritto il fuoco eterno? Che cos’è il libro che rende conto di questo errabondare, di questo volontario tuffarsi nel limbo e nell’abisso? Un contemporaneo? Forse! Uno spirito situato fuori del tempo e dei suoi vincoli? Certamente! Uno di quei personaggi divenuti mitici e di cui a volte ci si domanda se hanno avuto una vera esistenza carnale? Sicuramente!|

Allontanato nel tempo, entrato vivo nella leggenda letteraria, ciò che spesso è ragione ben comoda per leggerlo poco, immagine d’una cultura che per la maggioranza di noi è diventata totalmente straniera, persino incomprensibile. Ed è proprio Dante quest’uomo, viaggiatore, poeta, che all’ombra protettrice di Virgilio porta avanti la discesa nell’orrore.

Con molto talento, coraggio e ostinazione Jacqueline Risset ci aiuta a riscoprire l’autore e l’opera, di cui ci presenta una lettura che è nuova. Senza esitare lei situa Dante nelle nostre preoccupazioni più quotidiane, facendone un personaggio che potrebbe essere uno dei nostri contemporanei più visionari. Da quel momento il fango e i sospiri, il dolore e la rabbia, la fossa e il tormento, l’incendio, il massacro e il fuoco eterno ridiventano ciò che non avrebbero mai dovuto cessare di essere: degli elementi percettibili, e quanto, della nostra condizione quasi giornaliera!

Da dove vengono quelle grida? Dagli “iracondi, dai dannati, dai valorosi e dai saggi?” Può essere! Ma perché non egualmente da quei carnai, da quei campi della morte, da ciascuna di quelle bocche singhiozzanti e mutilate, da tutti quegli esseri famelici aggrappati ai fili spinati e che, instancabilmente, urlano da un punto all’altro del nostro pianeta in guerra!

Perché quelle lacrime? Si tratta di quelle versate da Virgilio oppure delle nostre, quando apprendiamo, storditi, le torture, le sevizie, le umiliazioni subite in tutti i continenti da tanti nostri contemporanei!

Che senso dare a quegli appelli profondi? Esprimono unicamente il turbamento poetico di Dante o testimoniano egualmente la nostra incapacità di capire, di analizzare e soprattutto di accettare quella che si può, dopotutto, chiamare la “condizione umana”!    

La modernità della sorprendente traduzione di Jacqueline Risset ci permette di porci legittimamente tutte queste domande. E quando lei scrive che “il fascino dell’Inferno si esercita anche a distanza, su dei lettori che abitano ormai un tutt’altro universo”, non possiamo che seguirla. 

Dante, allora, fugge dagli scaffali abbandonati delle nostre biblioteche per ridivenire il testimone allucinato, e quanto straziante! di fatti, di reazioni, di sentimenti umani che, ahimè!, durano ancora. Dopotutto, in che cosa la traversata del fosco Stige sarebbe più straziante della visione di colonne di rifugiati respinti da una frontiera all’altra?  In che cosa il “deserto di sabbia sotto la pioggia di fiamme” sarebbe meno crudele delle rovine fumanti d’una città  colpita da una bomba atomica?   

La posterità dell’ Inferno

Dante, come rari altri autori, pone dunque il problema della lettura attuale di un capolavoro. Naturalmente abbiamo già capito che quest’opera è atemporale. Meglio, è premonitrice. Annuncia la storia di oggi. Serve da crogiolo per le nostre riflessioni.  Ma è anche una sorta di punto di riferimento grazie al quale i lettori del 1986 possono, a loro volta, sollevare dubbi, interrogare, riflettere, perché da quel “legno spezzato uscivano nello stesso tempo parole e sangue”.

Un giorno o l’altro ciascuno di noi attraversa il proprio Stige, fiume d’incomprensione e di lacrime amare. E’ allora che, mentre stiamo leggendo Dante, ci arriva il fruscìo secco di una penna che ricopre la carta con migliaia di righe  di una scrittura inquieta: sì, appare un altro dramma interiore, quello del solitario di Copenhagen, “che vede la sua vita sgocciolare come un moribondo”.

Ho citato Kierkegaard. Si potrebbe anche pensare a Céline. E ritornano alla mente quei testi affascinanti di mistici anonimi  che, con una sorta di perverso diletto, interrogano la loro carne e interrogano Dio. Come non pensare anche al castello di Allemonde, alle sue grotte, ai suoi  sotterranei, all’antica fortezza che, nel suo interno più segreto, nasconde una voragine?

La storia di Pelléas e Golaud non è forse, dopotutto, null’altro che una metafora dell’Inferno? Il fratello maggiore trascina il più giovane sempre più lontano, sempre più in basso, sempre più profondamente verso il dramma. Attorno ai due uomini, pesantemente, le porte si richiudono. Anch’essi, di cerchio in cerchio, si avvicinano inesorabilmente alla verità, cioè alla morte. Ecco come si materializza un’opera di genio: essa può essere deviata e completata da un altro scrittore!

Maeterlinck, ma anche Auschwitz e i nuovi campi della morte! Da qualunque parte ci si volti, Dante è lì per iniziare o prevenire. Oggi l’Inferno ha i caratteri del viaggio iniziatico e del maelström, del simbolo e del romanzo noir. E Jacqueline Risset ha tutte le ragioni per scrivere che non lo leggiamo più come un libro ma che percorriamo, storditi, quel monumento letterario come un paese nel quale regnano la peste e il raccapriccio interiore.

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