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SUL VIRUS VI TRADUCO UN ARTICOLO IMPORTANTE

SUL VIRUS VI TRADUCO UN ARTICOLO IMPORTANTE

Inserisco la lunga traduzione di un articolo di due scienziati, comparso sul periodico statunitense Atlantic del 20 marzo (si tratta di una rivista di grande serietà, continuatrice del glorioso Atlantic Monthly cartaceo). Naturalmente offro anche il link con il testo originale. Ma mi sono dato la pena di fare la traduzione (senza il permesso degli autori – spero che mi perdoneranno) perché l’articolo offre una visione precisa, fondata e spassionata di quanto ci possiamo o dobbiamo aspettare dalla lotta contro il coronavirus. E’, a mio avviso, quanto di meglio possiamo leggere in questi giorni per prepararci al futuro immediato e di medio termine. L’articolo è rivolto al pubblico statunitense e parla della situazione in quel paese; ma è sicuramente valido anche per la realtà italiana. Ricordo che si fonda su un recentissimo rapporto di scienziati dell’Imperial College di Londra (studio già conosciutissimo, che avevo visto proprio questa mattina e che mi aveva impressionato; lo trovate benissimo riassunto nella rivista del MIT cliccando qui.) Da quel rapporto ho tratto l’immagine che ho riportato qui sopra.
Sostanzialmente l’articolo informa sul probabile decorso della pandemia e sulla temutissima necessità di premunirsi contro un ritorno dei contagi in autunno).
NOTA: Io vorrei che i grandi giornali nazionali venissero a conoscenza di questo contributo (come di altri che si trovano sui media) e che dedicassero ad esso le grandi pagine intere che stanno dedicando alle futili dichiarazioni di piccoli e grandi politici in cerca di consenso.

AUTORI DELL’ ARTICOLO SONO il dottor Ashish Jha, direttore dell’Istituto della Salute Globale (Global Health Insitute) della Harvard University e il dottor Aaron E. Carroll, professore alla Indiana University, del quale riportiamo il link con un altro articolo pubblicato sul New York Times del 12 marzo 2020. A un esame compiuto sull’Internet, i due autori mi sembrano degni del massimo credito e della massima attenzione.

Cliccare qui per il testo originale dell’articolo.

ECCO COME POSSIAMO BATTERE IL CORONAVIRUS

La mitigazione può farci guadagnare tempo ma solo la soppressione può condurci dove abbiamo bisogno di andare
Di Aaron E. Carroll e Ashish Jha
20 marzo 2020

Mentre molte persone hanno assistito per mesi con disinteresse al diffondersi del virus sul globo, la settimana scorsa finalmente la maggioranza di noi ha capito che il fatto sconvolgerà il nostro modo di vivere. Una recente analisi dell’Imperial College ha ora creato il panico tra molti Americani, compresi alcuni esperti. Il rapporto predice che 2,23 milioni di persone potrebbero morire negli Stati Uniti. Ma offre anche delle ragione di speranza, suggerendo una strada per evitare gli esiti peggiori.

Possiamo correre ai ripari; non è troppo tardi. Ma occorre che siamo determinati ad agire.

Cominciamo con le notizie cattive. Il rapporto della squadra dell’Imperial College ha studiato l’effetto che i nostri interventi potrebbero avere nell’appiattire la curva, o ridurre il tasso di infettati dal COVID-19. Se non facciamo niente e lasciamo semplicemente che il virus faccia il suo corso, predice la squadra, potremmo vedere un numero di morti pari a tre volte quello delle vittime annuali di malattie cardiovascolari. Inoltre, la stima è che il picco delle infezioni avverrà (negli Stati Uniti, n.d.tr.) a metà giugno. Potremmo aspettarci di avere 55.000 morti in un giorno.

Ma naturalmente stiamo facendo qualcosa, per cui questo esito non è probabile. Stiamo chiudendo le scuole e gli uffici, e impegnandoci a mantenere distanze sociali (o meglio, fisiche). Ma come mostrano i grafici preoccupanti del rapporto questo non basta. Il rapporto predice che anche dopo aver fatto queste cose ci saranno contagi in numero significativo, che le persone avranno bisogno di più cure di quante potremo fornirne negli ospedali, e che i morti potrebbero essere più di un milione.

Perché la squadra dell’Imperial College predice queste cose per l’occidente, mentre le cose sembrano migliorare in Asia? Perché stiamo prendendo un approccio diverso. I paesi asiatici si sono impegnati nella soppressione; noi stiamo lavorando solo alla mitigazione.

La soppressione significa che la campagna mira a ridurre il tasso di contagio di un’epidemia fino al punto in cui R0 (il tasso di contagio, si legge erre zero, n.d.tr.) risulta minore di 1. In assenza di controlli, l’R0 del COVID-19 è di 2 o 3, il che significa che ogni persona infetta ne contagia, in media, altre due o tre. Un R0 inferiore a 1 indica che ogni persona provoca meno di un contagio. Quando ciò accade, l’epidemia arriva gradualmente a fermarsi.

Per raggiungere quel risultato abbiamo bisogno di controllare moltissime persone, incluse quelle senza sintomi. A quel punto i tamponi ci permetteranno di isolare i colpiti, in modo che non possano contagiare nessun altro. Occorre che restiamo vigilanti e disposti a mettere in quarantena le persone con la massima attenzione.

Poiché non abbiamo predisposto nessuna infrastruttura per i test di contagio, non possiamo controllare grandi quantità di cittadini. Anzi,iIn questo momento non possiamo neppure controllare tutti i malati. Perciò ci limitiamo a mirare alla mitigazione, accettando che l’epidemia avanzi ma cercando di ridurre l’R0 il più possibile.

La nostra strategia primaria è la distanza sociale, cioè l’ordine di stare lontani gli uni dagli altri. Ciò significa chiudere scuole, ristoranti e bar. Significa chiedere alla gente di lavorare da casa e di non incontrarsi in gruppi di più di dieci persone. Si tratta di misure buone per guadagnare tempo. Dilazionare la crescita dell’infezione migliora le possibilità del sistema sanitario.

Ma sono misure che non aiuteranno coloro che sono già contagiati. Ci vorranno fino a due settimane perché i contagiati di oggi mostrino qualche sintomo, e alcuni non ne mostreranno per niente. Il distanziamento sociale non può impedire quei contagi, perché sono già avvenuti. Quindi per un certo periodo sembrerà che le cose stiano peggiorando, anche se la nostra azione riuscirà a migliorarle nel lungo termine. L’epidemia sembrerà progredire.

Ma nel rapporto dell’Imperial College si nasconde anche una ragione d’ottimismo. L’analisi mostra che nello scenario non-fare-nulla molte persone muoiono e muoiono in fretta. Invece, con una seria politica di mitigazione molte delle misure prese rallentano il processo. Il rapporto calcola che all’arrivo dell’estate il numero di persone malate sarà finalmente ridotto a un rivoletto sottile.

Ma proprio su questo cammino incontreremo il vero film dell’orrore, che comincerà nell’autunno e ci schiaccerà nell’inverno seguente, quando il COVID-19 ritornerà con violenza.

Proprio questo era successo con l’influenza del 1918. La primavera era stata brutta. Durante l’estate il numero di contagiati era quasi scomparso e aveva creato una falsa sensazione di sicurezza. Poi si scatenò l’inferno. Verso la fine del 1918 morirono decine di milioni di persone.

Se il COVID 19 si comporterà in modo simile, allora le difficoltà di oggi, per quanto grandi, sembreranno nulla davanti a quanto ci aspetta alla fine dell’anno.

Per queste ragioni alcuni dichiarano oggi che potremmo essere obbligati alla massima chiusura per i prossimi 18 mesi. Non vedono alternative. Pensano che se ritorniamo alla normalità il virus dilagherà senza controllo e si espanderà tra gli americani in autunno e inverno, contagiando tra il 40 e il 70 per cento di loro, uccidendone milioni e mandando altre decine di milioni negli ospedali.  Allora suggeriscono di mantenere il mondo in stato di chiusura, il che distruggerebbe l’economia e le strutture stesse della società.

Ma tutto ciò presume che non siamo in grado di cambiare le cose e che la nostra sola scelta sia tra milioni di morti e il naufragio della nostra società.

Questo non è vero. Possiamo creare una terza via. Possiamo decidere di affrontare la sfida a viso aperto. Siamo assolutamente in grado di farlo. Possiamo creare dei test che siano veloci, affidabili e presenti in ogni luogo. Se riusciamo a testare tutti, e a farlo con regolarità, possiamo permettere a quasi tutti di ritornare a una vita normale. Possiamo riaprire le scuole e i luoghi d’incontro. Se possiamo essere certi che le persone presenti non sono infette, non occorre più tenerle distanti tra loro.

Possiamo costruire strutture sanitarie capaci di test e cure veloci per le persone infette, tenendole separate dai sani. Questo impedirà la trasmissione del contagio negli ospedali e nelle altre strutture sanitarie. Possiamo anche impegnarci a ospitare le persone infette in case apposite, lontano dalle loro famiglie, per evitare la trasmissione nelle case.

Ma queste misure da sole non saranno ancora sufficienti.

Dovremo rinforzare le strutture sanitarie in modo massiccio. Fabbricare respiratori e letti d’ospedale. Distribuire sul territorio medici, infermieri e pneumologi. Dovremo far concentrare le fabbriche sulla produzione degli strumenti di protezione, maschere, guanti, tute mediche e così via, per assicurare la salute del personale. E più di ogni altra cosa dovremo impegnare grandi risorse intellettuali e finanziarie per trovare un vaccino che possa finalmente portarci alla fine di quest’incubo. Un vaccino efficace segnerebbe la fine della pandemia e la protezione di miliardi di persone su tutto il pianeta.

Tutti i difficili provvedimenti che stiamo prendendo in questi giorni per appiattire la curva non servono solo a rallentare il tasso di contagio verso livelli che il sistema sanitario sia in grado di affrontare. Servono anche a farci guadagnare tempo. Ci danno lo spazio necessario per creare ciò che ci occorre per interventi veramente efficaci.

Naturalmente tutto dipende dall’uso che sapremo fare del tempo guadagnato. Nelle ultime settimane le sensazioni del pubblico si sono spostate da sottovalutazione del fenomeno a timore e preoccupazione. Questo va bene. Siamo di fronte a una seria pandemia ed è ancora molto probabile che il tasso di propagazione sia superiore alla capacità di cura in alcune parti degli Stati Uniti. E’ probabile che vi siano più persone gravemente malate di quante siamo in grado di curarne, costringendo i medici a decidere chi sarà curato e chi no.

Si dovrà forse decidere che vivrà e chi morrà.

Tuttavia se restiamo fedeli al distanziamento sociale il tasso di contagio rallenterà nei prossimi mesi. Potremo respirare. Potremo allentare le restrizioni, come alcuni paesi colpiti per primi stanno già facendo. Potremo avviarci verso qualcosa di simile alla normalità.

Allora saremo tentati di pensare di aver passato il peggio. Ma non possiamo cedere alla tentazione; anzi, quello sarà il momento di raddoppiare gli sforzi. Dovremo prepararci per la tempesta in arrivo. Costruire le riserve, creare le strategie e farci trovare pronti.

Se scegliamo questa via saremo in anticipo sull’infezione quando arriverà. Potremo mantenere al minimo il numero dei contagi, concentrando su di essi l’attenzione e imponendo distanze sociali più strette solo quando e dove necessario. Potremo mantenere aperte le scuole e le fabbriche il più possibile, chiudendole rapidamente solo in caso di necessità e riaprendole appena isolati i casi d’infezione. Invece di giocare in difesa, giocheremo in attacco.

Dobbiamo tenere ben d’occhio l’orologio nella corsa verso una cura e un vaccino.

L’ultima volta che ci siamo trovati di fronte a una pandemia con questo tasso d’infettività, di pericolosità e per la quale non avevamo né cure né vaccini, è stato 100 anni fa, e abbiamo avuto 50 milioni di morti.  La pandemia del coronavirus non è senza precedenti ma quasi nessun vivente di oggi ne ha sperimentato l’eguale. Ma oggi siamo molto più informati, più coordinati e più efficienti.

Alcuni americani sono ancora negazionisti, altri si sentono disperati. Entrambi quei sentimenti sono comprensibili. Oggi siamo tutti di fronte a una scelta. Possiamo guardare il fuoco che si avvicina e lasciarlo bruciare. Possiamo rannicchiarci e sperare che ci sorpassi, o possiamo lavorare assieme per cavarcela con il minor danno possibile. Il nostro paese ha affrontato importanti minacce in passato e ne è sempre stato all’altezza; possiamo farlo di nuovo. Dobbiamo solo essere decisi a farlo sul serio.   

Il giro lungo di Checco CanalIl giro lungo di Checco Canal
Un veneziano all’estero: andata, soggiorno e ritorno.
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