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ALBERTO ARBASINO VISTO DAL TRENO PER PORTOGRUARO

ALBERTO ARBASINO VISTO DAL TRENO PER PORTOGRUARO

Non mi è mai stato simpatico Alberto Arbasino. O meglio, devo dire che per quanto mi riguardava era al centro di un mio conflitto interiore: avevo 24 anni quando è nato in Italia il Gruppo 63, e io mi sforzavo di seguirli. Mi sentivo poco informato, nella mia malinconica Venezia. Cercavo di capirli, di trovarmi d’accordo con loro, ma mi sembravano così astratti, così cerebrali con quelle loro formule prese dal linguaggio della “semiotica” e dello “strutturalismo”. Mi sembravano chiusi in un’auto-celebrazione fredda, glaciale e, cosa che forse mi faceva più male di tutto, elitistica, di persone che si ritenevano speciali. Per loro i Giorgio Bassani, forse anche gli Steinbeck e i Jack London che io divoravo, erano delle “Liale”, donnicciole che scrivevano per un pubblico di sprovvedute signore e signorine in cerca d’emozioni.
Allora io cercavo di leggere le poesie di Elio Pagliarani o Edoardo Sanguineti ma niente, non risuonavano. Uscivano gli articoli di Renato Barilli sull’antipatica rivista Quindici e non mi piacevano. Benché fossero quasi tutti comunisti, mi pareva che quegli autori non avessero nessun contatto con la realtà, con le vite vere della gente.
Arbasino poi mi metteva sempre un po’ in crisi se nel treno verso la scuola media di Portogruaro dove insegnavo prendevo in mano uno dei suoi articoli o la mia copia di Fratelli d’Italia (1963), perché da una parte le sue frasi suonavano cerebrali e narcisistiche, ma dall’altra risultavano così ricche di trovate linguistiche, di figure retoriche e soprattutto di un numero infinito di citazioni. Quell’esibizione di nomi, letture, titoli e luoghi gettati in faccia al lettore erano sfide continue e non mi piacevano. Non mi sembrava che fosse quella la missione dello scrittore, e non mi sembra neanche adesso che lo sia. Però ogni volta che usciva un suo articolo lo sfogliavo e studiavo e sempre ci trovavo un tocco di genialità che mi ammaliava anche se spesso mi spazientiva.
Adesso, il giorno dopo la sua morte, sento che la sua opera viene ricordata soprattutto nel quadro dell’Italia del dopoguerra, del miracolo economico e della vita intellettuale di quegli anni. Qualcuno menziona i suoi articoli (che io non ricordo di aver letto) sull’inaugurazione dell’Autostrada del Sole, sugli Autogrill e quello che significavano per il popolo italiano (io ero già in America e abituato agli Howard Johnson). Questo mi fa ritornare alla mente un dialogo avuto in quegli anni con un benzinaio vicino a Roma, durante un viaggio da Venezia a Capo Vaticano, credo nel 1969. “Per fare prima, diceva il benzinaio, deve prendere il Grande Raccordo Anulare”. Lo diceva con orgoglio, come se lo avesse costruito lui. Arbasino rappresenta anche questo per me. Rappresenta il nascere di una nuova vita in Italia dopo la seconda guerra mondiale, una delle strade che la vita culturale aveva imboccato e che non mi era molto congeniale ma che traboccava di vitalità, di sapere e nel caso di Arbasino, anche di controllata ironia. Una voce un po’ decadente e un po’ barocca, ma ricca d’ingegno, di cultura e, ai miei occhi di oggi, ricca di fascino.

Inserisco qui sotto i link a tre necrologi:

La stampa di ieri 23 marzo, articolo dal quale traggo la foto qui sopra, recente, con Arbasino in primo piano sullo sfondo della nostra Piazzetta;

Un ricordo di Pier Luigi Battista sul Corriere della Sera di ieri 23 marzo;

Un ricordo di Aldo Cazzullo sul Corriere di oggi, molto informato e spassoso com’era spesso proprio Arbasino.

P:S: Alcuni lettori mi informano che le pagine del Corriere si aprono solo per l’inizio degli articoli, ma richiedono l’abbonamento per continuare (non hanno torto). A me si erano aperte le pagine complete; forse lo fanno la prima volta e poi basta. In quel caso, provate a scrivere su Google Arbasino Cazzullo, forse funzioni. Sarebbe bello, perché l’articolo  è ottimo e tra l’altro ricrea l’atmosfera delle cene romane a casa di Moravia (Lungotevere della Vittoria, ci sono andato anch’io a fargli un’intervista), con la Morante, Pasolini, Piovene, forse anche Bassani (Giuseppe Berto era escluso perché ritenuto “di destra”).

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