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REDENTORE IN STILE VENTUNESIMO SECOLO

REDENTORE IN STILE VENTUNESIMO SECOLO

Notte del Redentore ieri a Venezia. Mi dispiace dirlo, ma non è rimasto nulla, proprio nulla, dell’atmosfera di raccoglimento notturno, di luci e ombre sull’acqua e sui campi e calli della città, di echi di canzoni popolari cantate in coro dalle tavolate allestite sulle fondamente. Non un palloncino di carta sulle barche o per le strade, non una candela, non un tratto di laguna disseminato di luci tremolanti e discrete. Solo ininterrotte processioni di folle con il mano i navigatori del cellulare, che si accalcano attorno ai posto di blocco dei vari accessi numerati come negli stadi. Dalle barche ancora ormeggiate alla riva e da quelle che corrono verso il Bacino arriva un picchiare assordante di tamburi da discoteca. Dev’essere il corrispondente moderno dei canti che si sentivano nei Redentori del secondo Novecento: “Perché april non è aprile /aprile senza un fiore/ e amor senza baci / non è amor”, oppure quel canto finale “Fosti regina/possente sui mari/cinta di glorie/speranze d’amor…” E dopo gli ultimi tre grandi botti, ancora scene da curve di stadio, con un correre verso le calli marcate con Exit e poi un affannarsi verso stazione ferroviaria e autorimesse. Sono anche abbastanza ordinate quelle folle di spettatori, rispettano il divieto di portare alcolici in bottiglie di vetro, ma questo è forse tutto quello che si può dire in favore del Redentore 2022. E quanto a me, temo proprio che questo sarà stato il mio ultimo tentativo di andar a vedere i fuochi.

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